Inflazione nell’eurozona a livelli record

di Rodolfo Cilloco –

Incide sempre di più l’inflazione nell’eurozona: secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso ha toccato un nuovo record a ottobre, con il 10,6% su base annua, (anche se a novembre l’inflazione annua attesa è del 10%, in lieve calo), mentre la guerra in Ucraina continua ad alimentare un’impennata dei prezzi di energia e generi alimentari.

Si tratta della cifra più alta mai registrata dall’ufficio statistico europeo da quando l’indicatore è stato pubblicato per la prima volta nel gennaio del 1997, l’ultimo record era stato registrato soltanto a settembre, quando l’inflazione era al 9,9% per i 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica.

Peggio ancora va in Italia, dove, secondo le stime preliminari dell’ISTAT, nel mese di novembre 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,5% su base mensile e dell’11,8% su base annua (come nel mese precedente).

“Dopo la brusca accelerazione di ottobre, a novembre 2022 l’inflazione, che rimane a livelli che non si vedevano da marzo 1984 (quando fu +11,9%), è stabile. I prezzi di alcune componenti, che ne avevano sostenuto l’ascesa, tra cui gli energetici non regolamentati e in misura minore gli alimentari non lavorati, rallentano su base annua, mentre quelli di altre componenti continuano ad accelerare, tra cui gli energetici regolamentati e in misura minore gli alimentari lavorati. Anche i prezzi del “carrello della spesa” accelerano ma di poco” commentano all’ISTAT.

Economisti mainstream e imprenditori si preoccupano molto del rischio che una rincorsa prezzi/salari alimenti ulteriormente una spirale inflazionistica. Il lavoratore medio è alle prese con altri problemi. Infatti la crescita dei salari mensili globali reali – che riflette il potere d’acquisto dei salari una volta presa in considerazione l’inflazione del costo della vita – è, globalmente, negativa dello 0,9% nella prima metà del 2022.

Questa è la prima volta dal 2008 che la crescita salariale reale globale risulta negativa, secondo un nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Mentre l’inflazione in settori come alimentari e carburanti colpisce più duramente i redditi più bassi in ogni paese, il calo comparativo dei salari reali rispetto a quelli nominali è stato più netto nelle economie capitaliste sviluppate. Tra i paesi avanzati del G20, la crescita dei salari reali nella prima metà del 2022 è stata negativa a meno 2,2%, mentre la crescita nei paesi arretrati del G20 ha rallentato ma è rimasta positiva allo 0,8%.

In Italia, a fronte di una contrazione del -4,2% nel 2020 e di una crescita del 4,3% nel 2021, nel 2022 si registra una diminuzione dei salari reali del 5,9% (lo stesso dato, per Germania e Francia, è del -1,7%).

Analizzata dapprima come temporanea e come principalmente dovuta a interruzioni nelle filiere produttive a seguito del fortissimo rimbalzo economico seguito alla fine dei lockdown, l’inflazione non solo è risultata permanente ma sempre meno sotto controllo.

Progressivamente le banche centrali sono intervenute, in particolare quella degli Stati Uniti, la Fed, che a giugno ha alzato i tassi di 0,75 punti, il che ha comportato una svalutazione dell’euro rispetto al dollaro sul mercato dei cambi. Nel contesto attuale, tale calo ha ulteriori effetti inflazionistici, in particolare aumentando il prezzo delle importazioni di energia, che vengono pagate in dollari.

Dopo aver esitato a lungo, la BCE ha deciso di seguire la stessa strada delle altre banche centrali. Già a partire da dicembre 2021, la BCE ha deciso di porre fine gradualmente agli acquisti di obbligazioni effettuati nell’ambito del Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per terminarli alla fine di marzo 2022. Inoltre, ha deciso a luglio di aumentare i suoi tassi di 0,5 punti, e il 27 ottobre il consiglio direttivo ha deciso un aumento ulteriore di 75 punti base dei tassi di interesse.

Il tasso principale sale al 2%, il tasso sui depositi all’ 1,5% e il tasso sui prestiti marginali al 2,25%. Nel suo comunicato la Bce  prevede “di aumentare ulteriormente i tassi di interesse per assicurare il ritorno tempestivo dell’inflazione all’obiettivo del 2% a medio termine (…). La politica monetaria del Consiglio direttivo mira a ridurre il sostegno alla domanda e a mettere al riparo dal rischio di un persistente incremento dell’inflazione attesa”.

L’aumento dei tassi sarà efficace nella lotta all’inflazione? A parere di molti economisti l’attuale inflazione non deriva da una domanda eccessiva che dovrebbe essere ridotta rendendo più costoso il finanziamento dell’economia – consumi delle famiglie e investimenti delle imprese – alzando i tassi di interesse. Nasce, invece, da carenze legate a problemi di approvvigionamento con l’indebolimento del modello neoliberista basato sulle catene di approvvigionamento globali, just in time e zero stock.

Allo stato attuale la tendenza alla diversificazione, alla regionalizzazione e alla localizzazione delle catene di approvvigionamento globali è ancora agli inizi ma sembra essere destinata a diventare una tendenza di fondo e ad ampliarsi e approfondirsi nei prossimi anni.

La disorganizzazione delle filiere produttive, i colli di bottiglia, la penuria di materie prime, componenti elettronici, pezzi di ricambio si uniscono alla crisi energetica, aggravata dalle manovre speculative che mirano ad un aumento dei prezzi. Inoltre, gli effetti del cambiamento climatico si combinano con la crisi geopolitica per aggravare la carenza di cibo nei mercati agricoli non regolamentati.

Il rischio è che la disorganizzazione delle filiere industriali si perpetui e con essa l’inflazione, aumentando la probabilità che gli aumenti dei tassi di interesse non producano effetti rilevanti su una inflazione in parte importata, ma accelerino il rallentamento dell’economia europea, sommando la perdita di potere d’acquisto dei salari a una recessione e a una crescita della disoccupazione.