A Bologna «contro i re»: «Riscriviamo la democrazia»

di Giuliano Santoro –

«Una battaglia dopo l’altra», recita il titolo di un film candidato agli Oscar che cita Angela Davis. Ma la tenacia delle singole battaglie che si alternano in questi tempi di stravolgimenti non basta: serve che si uniscano e si sentano parte di un disegno comune. E che si pongano l’obiettivo di riscrivere le regole. Con questo spirito oltre mille persone da tutta Italia si sono ritrovate a Bologna, al centro sociale Tpo. La scintilla viene dal movimento «No kings» statunitense. A partire dal quale viene posto un aut aut che segna la linea del conflitto: «O re o libertà». Da questa composizione larga, che va dal sindacato ai centri sociali, dalle ong ai collettivi, con la (discreta) partecipazione di pezzi della sinistra politica arriva una indicazione che ricorda la battaglia in corso da giorni a Minneapolis: coalizioni ampie per l’autonomia delle città, la lotta all’autoritarismo e alla guerra interna, la difesa di lavoratori e lavoratrici migranti.

LA BATTAGLIA che viene prima delle altre, che in tanti riconoscono come propria, è oggi quella dei curdi sotto assedio. «La rivoluzione del Rojava è la rivoluzione del nostro tempo, da quattordici anni è un dato di speranza – affermano in apertura dei lavori annunciando la partecipazione alla carovana europea verso i territori del nord-est della Siria – Per difenderla siamo pronti a mobilitarci». Non ci sono schieramenti ai quali aderire meccanicamente in una immaginaria e caricaturale guerra fredda postmoderna: ci sono le barriere tracciate dai movimenti globali del capitalismo, che ridisegnano con la violenza le linee di conflitto. Lo hanno capito, appunto, i curdi che resistono a cavallo delle frontiere coloniali degli Stati. Lo sanno bene i movimenti che cercano di costituire reti transnazionali. Lo sperimentano i migranti ogni giorno e in ogni angolo della terra, dovunque ci sia una via di fuga in cerca di migliori condizioni di vita.

«ABBIAMO davanti a noi discussione è molto profonda – introduce Christopher Ceresi dei municipi sociali di a Bologna – Per facilitarla abbiamo trovato tre terreni di convergenza». Il primo discende dalla battaglia contro il decreto sicurezza. «Assistiamo alla normalizzazione di pratiche autoritarie – spiega Laura Renzi di Amnesty international – Cui si accompagna una deriva punitiva senza precedenti, come dimostrano i decreti sicurezza approvati e già annunciati». Il secondo dal rifiuto della guerra e del riarmo. Rossella Vigneri per l’Arci sostiene che «ha ragione il manifesto quando dice che sta nascendo una economia del genocidio». «Non siamo solo di fronte a una volontà di potenza – aggiunge a questo proposto Roberto Morea di Stop Rearm Ue – Siamo di fronte al fatto che il capitalismo ha incontrato il limite della democrazia: ecco perché la legge del più forte ha sostituito il diritto internazionale». «Attorno alla questione del regime di guerra si gioca una partita più ampia: è così che si sta riorganizzando il capitalismo» ricorda Antonio Pio Lancellotti dei centri sociali del nord est. Il terzo asse parla del diritto al reddito e alla casa. Sullo sfondo, le minacce del governo agli spazi sociali, dopo gli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna: «I fascisti ci odiano perché li abbiamo sempre respinti – rivendica Ceresi – e nei territori usciamo dalla palude dello Stato nazione e ci ritroviamo a lottare insieme su questioni concrete». Se i re sono tutti quelli che comandano e che sfruttano «anche lo scià è un re», ricorda Marina Misaghi Nejad, antropologa e attivista Italo iraniana, rivendicando le lotte contro il regime spietato degli ayatollah.

LA SCOMMESSA è che questa rete possa abbracciare uno spettro ampio. E che la larghezza di questo patto non vada a scapito della chiarezza dei contenuti. «Abbiamo occasione di fare un salto di qualità: ognuno coi propri modi provare a convergere. Il capitale si riorganizza, diventa re, perché vuole prendersi tutto. A questo tipo di attacco bisogna rispondere», sono le parole di Barbara Tibaldi della Fiom. «Lo spazio politico che ci interessa va dal sindaco di Minneapolis che resiste a Trump al Black Panthers party che difende le comunità», sostiene Luca Blasi per la rete A Pieno Regime. L’idea è quella di rafforzare le coalizioni su base territoriale, incrociare la battaglia del referendum sfuggendo alla trappola dei tecnicismi per riportarla alla questione democratica.

Ancora: preparare una grande piazza nazionale per fine marzo che rilanci il movimento contro l’internazionale nera che balla sulla tomba del vecchio mondo rievocando gli spettri del peggiore passato. Anche in Europa: quella è la scala minima per pensare una nuova politica. Questa mattina si chiude con la plenaria. Con un’indicazione di metodo, per non guardarsi indietro: «Dobbiamo avanzare noi, prima che questi colpiscano ancora».

Da “il manifesto” del 24 gennaio 2026