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di Guido Veronese –
È il pomeriggio del 3 febbraio e dall’aeroporto di Istanbul ripenso ai 15 giorni di lavoro nella Striscia di Gaza assolutamente ai limiti dello stremo, ricordo i viaggi di quattro ore, tutti i giorni, per compiere 30 chilometri attraverso delle terre devastate, completamente sbriciolate. Rivedo la linea gialla a sinistra, la demarcazione che non è consentito oltrepassare ai palestinesi. È identificabile solo attraverso alcuni blocchi gialli messi qua e là, a zig zag tra le macerie.
Affiorano i quadricotteri attaccati al confine della linea che hanno sparato indiscriminatamente sulla popolazione. Ricordo quei racconti, gli sguardi, l’incredibile lavoro fatto dai colleghi del Gaza community mental health programme (Gcmhp).
Soprattutto risento la generosità e l’importanza di condividere un pasto. La gentilezza dell’accoglienza al mio ingresso in una tenda completamente invivibile, oltre ogni norma di sicurezza igienica. Ricordo il cappuccino offerto da una signora che mi ha visto estraniato e che in quel gesto ha mostrato tutta la sensibilità delle persone di Gaza, disposte a togliere qualcosa ai propri figli pur di condividere.

Rammento che ogni testimonianza di queste persone è una storia di sopravvivenza ma anche una denuncia cocente dei crimini contro l’umanità che Israele sta compiendo, anche su mandato degli Stati Uniti, nella Striscia di Gaza.
La resistenza della popolazione palestinese non dimostra solo la loro voglia di vivere, il sacrificio ineludibile per i figli sopravvissuti, ma anche la determinazione di preservare la terra e la memoria. Un territorio che ho stentato a riconoscere nei primi momenti del mio arrivo. Un luogo familiare ridotto in un deserto di macerie e lacerazioni.
La separazione dalle persone con cui e per cui ho lavorato è stato il momento in cui avrei voluto dire loro “resto qui con voi” o almeno “ci vediamo prestissimo”. Non possiamo nutrire alcuna fiducia nel rincontrarci, perché non riconosciamo alcuna credibilità al progetto di ricostruzione che il cosiddetto “Board of peace” ha proposto.
Sono solo membri che vengono a raccogliere il risultato delle loro politiche genocidarie: appropriarsi della terra e mettere a compimento il piano coloniale sulla Striscia. Hanno seminato disperazione e povertà estrema. C’è bisogno di tutto dopo la loro deliberata devastazione.

Medicine, cibo sano e adeguato, infrastrutture, impianti elettrici, rete fognaria, scuole, ospedali e ambulatori sono l’aiuto concreto che avrebbero potuto approntare. Nulla di tutto questo è in arrivo per i palestinesi, solo l’apertura contingentata del valico di Rafah costituisce la salvezza di pochissimi.
Nel frattempo Israele non smette di bombardare, non smette di sparare e giustiziare le persone. Non smette di impedire loro di essere curati dignitosamente o di studiare, formarsi per pensare a un futuro che sia di dignità e speranza.
C’è un silenzio che è calato sull’invasione della Striscia e sul genocidio dei palestinesi che pesa fortissimo sulle nostre coscienze. L’assenza della nostra attenzione consente che l’inevitabile avvenga, che le persone muoiano ancora e i palestinesi sopravvissuti vengano cacciati dalle loro terre.

Desta profonda vergogna il fatto che quanto sia accaduto e stia ancora avvenendo sia persino ricoperto da una retorica dell’aiuto mentre, in realtà, l’Occidente si procaccia ogni minimo vantaggio dall’eliminazione della popolazione superstite per le proprie tasche coloniali.
Spero di ritornare molto presto, intendo costruire un piano di continuità di lavoro e di appoggio con il Gaza community mental health programme (Gcmhp). Trovo incredibile che in pochissimi mesi questo centro si stia nuovamente rialzando: hanno affittato un grande appartamento che occupa l’intero piano di un edificio che in passato apparteneva ad altre Ong internazionali e da lì ricominciano con il loro impegno di supporto.
Tornare a Gaza sarà il compimento della mia ricerca scientifica, clinica e umana. L’idea di ritornarvi tra sei mesi con la consapevolezza di non sapere che cosa potrò trovare è agghiacciante. Per il momento abbraccio tutte le amiche, gli amici, le compagne e compagni, le colleghe e i colleghi, gli studenti e le studentesse che ho salutato: non avrei mai voluto lasciarvi in queste condizioni, non avrei mai voluto lasciarvi con la sensazione che siete appesi a un filo e che questo filo si possa spezzare.

Ritorno in Italia con quel senso di impotenza di chi, adesso, non può che aspettare e neanche più sperare. Il desiderio di fare qualcosa, di continuare a resistere e di non cedere me lo insegnano le persone palestinesi. Rientro piegato dalla fatica e dal dolore del vedere la terra che più amo completamente devastata, ma con la certezza di ritornarvi. Costi quel che costi.
Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, lavora in zone affette da violenza politica, militare e gravi violazioni dei diritti umani. Dal 20 gennaio 2026 trova nella Striscia di Gaza con le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Da qui racconta la sua esperienza su Altreconomia. Qui si possono leggere la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona, la decima, l’undicesima, la dodicesima e la tredicesima parte.