Il doppio corpo della presidente Giorgia Meloni

di Sara R. Farris* –

La prima premier nella storia italiana è una conquista per le donne? Più che altro bisogna chiedersi come mai questa sia leader di un partito apertamente antifemminista: ciò serve a rendere commestibili i contenuti più retrivi

Nel tardo medioevo si credeva che il re possedesse due corpi distinti tra loro: il primo era il corpo naturale e mortale, soggetto al tempo e alla fragilità umana, il secondo era il corpo politico, dal carattere perpetuo, che passando da un individuo all’altro sfuggiva ai limiti della natura umana e alla morte. L’idea del corpo duplice del regnante esprimeva in termini metaforici l’emergere dello stato e della sovranità politica, che trascendeva appunto l’individuo contingente che si ritrovava a starne a capo. 

Il corpo duplice delle regine

Storicamente il corpo naturale del re è stato prevalentemente maschile. Ma anche femminile. Nell’antico Egitto, in Nubia, in Giappone tra la fine del 1500 e la fine del 1700, in Spagna e, caso più noto, nel Regno Unito, si contano il numero più alto di regnanti donne nella storia. E anche negli stati italiani pre-unificazione le donne al comando non mancarono, come Giovanna II di Napoli o Eleonora D’Arborea in Sardegna nel quindicesimo secolo.

Tutte queste regine si ritrovarono ad avere le redini del potere in contesti estremamente ostili alle donne, nella misura in cui la femminilità era associata per lo più a disposizioni considerate dannose all’arte del governo quali irrazionalità e debolezza. Il corpo femminile, in altre parole, non era designato per essere corpo politico. Eppure Elisabetta I piegò la nozione medievale del corpo duplice del regnante a suo favore. Di più, tale nozione si dimostrò utile alle sue strategie di potere perché implicava che i «difetti naturali» del corpo biologico (che in fin dei conti possedevano anche gli uomini, e non solo le donne) non andavano a contaminare il corpo politico, che era considerato immortale. 

Elisabetta I fece riferimento a questa idea nel famoso discorso di Tilbury del 1588 per galvanizzare le truppe inglesi impegnate a difendere l’isola dall’armata spagnola: «So di possedere il corpo debole e fragile di una donna, ma ho il cuore e lo stomaco di un re». Elisabetta I fu anche una delle prime a teorizzare che un regnante dovesse possedere sia qualità femminili che maschili, la forza come la compassione, il coraggio come la cura e l’amore. Infatti si autoproclamava, e veniva a sua volta chiamata dai suoi sudditi, sia re, che principe o regina. 

Se la storia pre-moderna conta tante regnanti non è perché le cose per le donne andassero meglio allora, ma perché molte casate preferivano affidare il comando alle figlie femmine in discendenza diretta piuttosto che rischiare di perdere il potere in favore di figli maschi appartenenti ad altre casate, o a familiari invisi al regnante di turno. Le donne perciò diventavano regine per accidente di nascita… ma ci si aspettava che comandassero come re. E infatti nessuna di loro sposò la causa dei «diritti delle donne», in qualsiasi forma essa si ponesse al loro tempo, neppure quando sorsero i primi movimenti femministi come nel caso della regina Vittoria in Inghilterra nel Diciannovesimo secolo, che si oppose sia al diritto al voto per le donne sia al loro ingresso nelle università.

Le donne al potere e il femminismo

Furono poi le rivoluzioni borghesi a tenere le donne fuori dalle stanze del potere stabilendo repubbliche popolari che negavano loro – così come alle classi lavoratrici – il diritto al voto. Bisognerà aspettare la prima metà del Ventesimo secolo – a seguito delle lotte delle suffragette – perché le donne possano votare e farsi votare; e bisognerà aspettare il 1979, con l’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito – dopo due decenni di mobilitazioni femministe per l’uguaglianza di genere in tutte le sfere della vita sociale e politica – perché una donna in Europa diventi primo ministro. 

Da Thatcher in poi le donne a capo dei governi diventeranno sempre più numerose. Pochi mesi dopo Thatcher, fu il turno del Portogallo con la nomina di Maria de Lourdes Pintasilgo, seguita dalla Finlandia nel 1980 con l’elezione a Presidente di Vigdis Finnbogadottir, della Norvegia nel 1981 con l’elezione di Gro Harlem Brundtland, e poi della Jugoslavia, la Polonia, l’Irlanda e così via fino ai giorni nostri. Sono pochi, a oggi, i paesi europei a non avere avuto una presidente o premier donna, almeno una volta. Fino al 25 Settembre 2022, l’Italia era uno di questi pochi. Ora non lo è più.

Questa lunga premessa storica è utile per contestualizzare la vittoria di Giorgia Meloni e la sua elezione a prima donna a capo di un governo in Italia come un fenomeno in continuità, piuttosto che in rottura, con un quadro europeo più generale. Negli ultimi quarant’anni le donne hanno progressivamente occupato sempre più posizioni di potere. E se ci sono sempre più donne in posti chiave, incluse le più alte cariche statali e di governo, lo si deve anche alle lotte femministe che le hanno precedute e accompagnate. Come dice bene Ida Dominijanni, Giorgia Meloni in fin dei conti raccoglie i frutti di una storia del femminismo che non le appartiene ma di cui si avvale.

E tuttavia, come femministe, la vittoria di Giorgia Meloni non ci fa gioire affatto. Non solo perché per lo più l’accesso delle donne ai gradi più alti delle gerarchie di potere si consuma dentro un quadro che lascia quelle gerarchie, i loro riti e le loro simbologie patriarcali immutate, ma anche perché Giorgia Meloni rappresenta una formazione politica di cultura esplicitamente misogina, che ha sistematicamente marciato contro battaglie femministe fondamentali come quelle sui diritti riproduttivi e la libertà sessuale.

La questione perciò non è se la prima presidenza al femminile in Italia sia da salutare come una conquista per le donne, ma perché la prima donna presidente provenga proprio da una forza politica apertamente anti-femminista.

Il femonazionalismo di Giorgia Meloni

Come altre formazioni della destra radicale nazionalista in Europa – con o senza radici nel fascismo storico – Fratelli d’Italia ha avviato da anni un processo di riverniciamento democratico e ammiccamento al centro per accrescerne la credibilità come forza candidata a governare il paese. La leadership femminile di Giorgia Meloni in un partito maschilista e di estrema destra, come anche nel caso di Marine Le Pen in Francia o di Alice Weidel in Germania, è funzionale anche a questo: a mostrare una facciata innovatrice e femminilizzata che serve sia a intercettare più voti, anche femminili, sia ad «addolcire e rendere commestibili i loro contenuti programmatici più retrivi», come scrive Dominijanni sul sito del Centro studi per la riforma dello stato.

La matrice ideologica fondamentale che sottostà al programma politico di Giorgia Meloni è il nazionalismo, di cui il razzismo è componente essenziale. La strumentalizzazione di temi femministi da parte del nazionalismo è ciò che, in un libro pubblicato da Alegre nel 2019, ho chiamato femonazionalismo. Tale strumentalizzazione a ben vedere si consuma sempre nel contesto di campagne anti-immigrazione e anti-Islam. È l’ideologia femonazionalista perciò che ci permette di comprendere perché Meloni agita la bandiera dei diritti delle donne solo quando si tratta di demonizzare gli uomini immigrati – come ha fatto postando il video sulla violenza sessuale –, o di proporre politiche di conciliazione famiglia-lavoro che consentano alle donne italiane di fare più figli – per contrastare la fertilità eccessiva delle donne musulmane che minaccia di islamizzare l’Europa, come va dicendo da anni. Per i movimenti nazionalisti infatti la donna è centrale solo in quanto «madre», ossia in quanto riproduttrice biologica e culturale della nazione. Come tale la donna va protetta dalla minaccia sessuale (così come economica, culturale e politica) che sarebbe rappresentata dal maschio straniero. 

Pensiamo all’iconografia nazionalista ai suoi albori, quando la nazione veniva raffigurata con sembianze femminili per naturalizzare il progetto politico sciovinista. Anche se la nazione è un prodotto storico e sociale, naturalizzarla ne permette e rinforza la legittimità poiché la sua presunta naturalezza implica la sua necessità, immutabilità e dovere di lealtà. L’identificazione della nazione con la madre e la famiglia nucleare (madrepatria) che devono essere salvaguardati, permette di rappresentare la nazione come una fonte di identità, un oggetto che richiede un impegno doveroso. Come scrive la teorica femminista Anne McClintock, la retorica familista tipica del nazionalismo «offre una figura ‘naturale’ per sancire la gerarchia sociale all’interno di una presunta unità organica di interessi». 

Fratelli d’Italia riproduce alla lettera l’iconografia familista femonazionalista in cui il richiamo alla famiglia e al corpo femminile serve a evocare l’idea di «genesi», «nascita» e «stirpe»: dalla scelta del nome che fa riferimento all’inno nazionale che richiama una comunione solo tra uomini (fratelli), salvo poi farsi rappresentare da un corpo femminile (il volto di Giorgia Meloni spiattellato su tutti i manifesti del partito), all’invocazione costante dell’Italia-patria come oggetto di identificazione, devozione e gratitudine. 

Tutto l’immaginario e il programma politico di Giorgia Meloni, inclusi i suoi ammiccamenti opportunisti ai diritti delle donne, è funzionale a mobilitare l’identità nazional-razzista contro gli stranieri. Non a caso Meloni si è schierata fortemente contro la proposta di legge sullo ius soli, che permetterebbe alle figlie e ai figli degli immigrati nati in Italia di ottenere la cittadinanza di diritto. Anche la battaglia ingaggiata da Fratelli d’Italia contro il reddito di cittadinanza potrebbe essere letta secondo una chiave anti-immigrazione. Quando Meloni sottrae una fonte di sopravvivenza minima quale il reddito di cittadinanza alle persone disoccupate con poche prospettive di trovare un lavoro dignitoso, sa benissimo di metterle nella condizione di esser costrette ad accettare lavori precari e malpagati, ossia quei lavori a cui le e gli immigrati si sono sempre rassegnati in mancanza di alternative. Sebbene brandita come misura volta a valorizzare il lavoro come fonte di auto-realizzazione umana, l’eliminazione del reddito di cittadinanza allora sembrerebbe orientata sia a nazionalizzare il più possibile il profilo demografico della forza lavoro ricattabile, sia a rafforzare l’idea del lavoro come dovere sociale (che era propria del fascismo), senza alcuna discussione sulle condizioni ignobili cui i lavoratori e le lavoratrici sono costretti nel contesto attuale. 

Ma vi è di più. Sebbene Meloni parli di introdurre misure pro-natalità, l’eliminazione del reddito di cittadinanza significherebbe anche una riduzione ulteriore dei tassi di natalità visto che le donne che lo percepiscono – secondo studi recenti – sono anche quelle più inclini a far figli. L’ossessione nazional-razzista (e lavorista-post-fascista) di Fratelli d’Italia anche qui rischia di penalizzare proprio quelle donne (che Meloni sostiene di voler aiutare), che hanno visto nella garanzia di un reddito minimo uno spiraglio di luce per provare a programmare il proprio futuro anche come madri. 

Il presidente del consiglio

Che l’invocazione della centralità femminile sia puramente strumentale in un quadro fondamentalmente razzista e anti-immigrazione, del resto lo si è capito bene nel momento stesso in cui Meloni ha messo piede in parlamento come capo del governo. Appena entrata nelle stanze del potere si è circondata di uomini nei ministeri chiave, chiamando pochissime donne a guidare ministeri considerati secondari; nel suo discorso di insediamento ha citato i nomi delle donne che a suo dire hanno costruito quella scala che le ha consentito di rompere «il tetto di cristallo», ma senza menzionarne il cognome, e intanto dava del Tu (invece del Lei che ha riservato per tutti gli altri intervenuti) ad Aboubakar Soumahoro. In entrambi i casi – in quello delle donne-precorritrici chiamate solo per nome e in quello dell’unico deputato nero in aula cui si è riferita con il «tu» – Meloni ha dato sfoggio di quel paternalismo e disprezzo che i patriarchi hanno sempre mostrato nei confronti delle donne e degli stranieri. Bisognerà ricordarsi costantemente nei prossimi mesi che le iniziative legislative più retrograde di Meloni, con tutta probabilità, si consumeranno nell’intreccio tra politiche di genere e politiche sull’immigrazione e sul lavoro.

Infine, per ribadire l’idea che il potere, dopotutto, è ancora di segno maschile, Meloni non ha perso tempo a insistere che la si chiami il, e non la, presidente, quasi a rassicurare l’entourage e la base del partito che il suo genere non rappresenta una minaccia, ma anzi un rafforzamento dei simboli patriarcali del comando.  Un po’ come Elisabetta I nel 1600, anche Giorgia Meloni 500 anni dopo sottolinea che mentre il suo corpo biologico è femminile, il corpo politico è saldamente maschile (e bianco). Dovremo stare in guardia perché le sue politiche non riportino le conquiste delle donne indietro di altrettanti anni. 

*Sara R. Farris, professoressa in sociologia alla Goldsmiths-University di Londra, è autrice di Femonazionalismo (Alegre, 2019). 

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