L’entusiasmo riarmista basato su assunti infondati porta a risposte costose e sbagliate

di Marco De Andreis e Mirco Elena –

I dati smentiscono la presunta “emergenza” per il settore militare europeo. Ne è un esempio il “The military balance” dell’Istituto internazionale di studi strategici di Londra. Ma la retorica militarista non dice nemmeno come verranno impiegate risorse ingenti sottratte alle reali emergenze dell’umanità: cambiamenti climatici, malattie, povertà, perdita di biodiversità. L’intervento di due membri del Consiglio scientifico dell’Unione scienziati per il disarmo –

Nel corso del dibattito sulla necessità per la Nato e per i Paesi europei in generale di aumentare le spese per armamenti si è accettata l’opinione che l’Europa non abbia abbastanza mezzi per difendersi dall’unica potenziale minaccia militare che si può immaginare: la Russia.

Questa percezione di inadeguatezza è acuita dalla possibilità che gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump, riducano o annullino il loro ruolo nella Nato. Di qui la decisione di aumentare drasticamente -di molte centinaia di miliardi di euro l’anno- le spese militari dei Paesi europei. Ma l’Europa è veramente così militarmente debole rispetto alla Russia?

Se si esaminano i dati di una fonte affidabile, come il “The military balance” dell’Istituto internazionale di studi strategici di Londra, la risposta è negativa, almeno se si raffrontano i principali equipaggiamenti convenzionali dei 30 Paesi europei dell’Alleanza atlantica (esclusi quindi Stati Uniti e Canada) con quelli della Russia.

Si tratta in particolare dei sistemi d’arma oggetto del Trattato sulle forze convenzionali in Europa del 1990, quelli ritenuti i più adatti a conquistare e mantenere un territorio: carri armati, corazzati per trasporto truppe, calibri d’artiglieria di almeno 100 millimetri, aerei da combattimento, elicotteri d’attacco. Si veda la seguente tabella, con i dati relativi al 2024.

Come si può vedere, in tutte queste categorie la Russia è in forte svantaggio numerico rispetto ai Paesi europei della Nato: possiede meno della metà dei carri armati, degli aerei e dei pezzi d’artiglieria, circa un terzo dei corazzati per il trasporto truppe. I sistemi d’arma in possesso delle forze armate bielorusse, unico alleato “europeo” della Russia, non cambierebbero di molto questo quadro. Si deve anche considerare che molti degli attuali armamenti pesanti russi sono costituiti da vecchio materiale risalente a decenni fa, recuperato dai magazzini per rimpiazzare le enormi perdite subite nel corso del conflitto in Ucraina. Anche in altre categorie, stessa storia. Gli europei, rispetto ai russi, hanno più aerei da trasporto, da rifornimento in volo e di allarme, sorveglianza e controllo (Awacs), ma meno satelliti. Se in questo quadro si inseriscono gli alleati d’oltre Atlantico, la superiorità occidentale diventa schiacciante.

Al di là dei numeri, poi, la qualità degli armamenti occidentali è universalmente ritenuta superiore a quella degli equivalenti russi. Si deve anche ricordare come le forze navali Nato siano non solo maggiori ma pure in grado di contenere la marina russa in aree molto limitate, come il Mar Nero, il Mar Baltico e i mari della zona artica.

Consideriamo ora le truppe dei soli Paesi europei della Nato; anche in questo caso sono numericamente superiori a quelle russe (1,8 milioni rispetto a 1,1 milioni, nel 2024), mentre il numero dei riservisti vede in modesto vantaggio la Russia. Anche riguardo alla popolazione complessiva, l’Europa è in vantaggio: Francia, Italia, e Spagna assieme già hanno più abitanti della Russia (150 milioni), mentre l’Unione europea ne ha tre volte tanti (450 milioni).

Per quanto riguarda la spesa militare, sempre sulla base dei dati del “The military balance”, valutata in dollari a tassi di cambio correnti, quella dei membri europei della Nato era nel 2024 pari a 3,7 volte quella della Russia (a parità di potere d’acquisto, circa una volta e mezzo). Se poi paragoniamo le economie nazionali, il Prodotto interno lordo (Pil) russo era nel 2023 il 10% di quello dell’Unione europea misurato in dollari a tassi di cambio correnti (il 25% a parità di potere d’acquisto).

Nonostante queste importanti superiorità, che smentiscono ogni situazione di emergenza per il settore militare europeo, si può certo concordare sul fatto che alcuni miglioramenti siano opportuni, specie nel caso di un disimpegno americano, ad esempio, per dotarsi di satelliti per comunicazioni e osservazione. Ma certo non servirebbero molte centinaia di miliardi; ad esempio, la costellazione europea di satelliti Iris2 costerebbe circa 11 miliardi di euro, spalmati su diversi anni.

Si sente però dire che gli Stati europei devono aumentare la percentuale di Pil dedicato alla difesa, anche di vari punti percentuale. Se si passasse dal circa 2% del Pil al 3,5%, gli europei si impegnerebbero a spendere 840 miliardi di dollari, rispetto ai 480 attuali, ovvero quanto gli Stati Uniti, a parità di potere d’acquisto. Ma perché mai si dovrebbe farlo? L’Europa ha forse le ambizioni militari globali di Washington? O si tratta invece semplicemente di dare un segnale alla Russia che si è disposti ad andare a uno scontro militare?

È comunque paradossale che il dibattito sul livello di spesa da raggiungere non venga mai accompagnato da una spiegazione di come questi denari verrebbero impiegati, di che cosa dovrebbero comperare.

Il 12 dicembre 2024 a Bruxelles, nella sua prima uscita pubblica come nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte ha dichiarato: “ancora in corso è il processo per stabilire le capacità da raggiungere; speriamo di chiuderlo prima dell’estate del 2025”. Ma quando gli è stato chiesto se, una volta fatte le scelte, sapremo quali capacità la Nato vuole acquisire, non ha assicurato nulla. Per contro, Rutte ha le idee molto chiare su dove reperire tutti questi soldi. “So che spendere di più per la difesa significa spendere meno per altre priorità. Ma solo poco di meno. I Paesi europei spendono in media fino a un quarto del loro reddito nazionale in pensioni, sanità e sicurezza sociale. Abbiamo bisogno di una piccola parte di quei soldi per rafforzare molto la nostra difesa e preservare il nostro modo di vivere”.

E a ben guardare Mark Rutte non sbaglia a dire che la montagna di denaro richiesta deve provenire da tagli a pensioni, sanità e sicurezza sociale. Fatta eccezione per la Germania, infatti, tutti gli Stati europei che hanno economie significative -Francia, Italia, Spagna e, fuori dall’Unione europea, la Gran Bretagna- hanno già troppo debito pubblico per poterne fare altro. Sebbene sia vero che i gli Stati baltici e la Polonia hanno già aumentato di molto le loro spese militari, resta il fatto che il loro Pil è modesto e quello che conterà veramente per aumentare sostanzialmente le risorse per la difesa europea sono le scelte dei principali Paesi, quelli che abbiamo citato, tra cui il nostro.

La Russia ha un solo vantaggio rispetto all’Europa: è una realtà politica singola, mentre nella Nato ci sono i Paesi dell’Unione europea (tranne i neutrali: Austria, Cipro, Irlanda e Malta), più sette Stati extra-Ue (Albania, Islanda, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Turchia e Regno Unito); questa frammentazione è motivo di lentezza, inefficienza e di grandi sprechi. Per questo è sorprendente che nella discussione sulla sicurezza europea non emerga la sola tematica che potrebbe cambiare fondamentalmente la situazione: la formazione di un esercito europeo, o perlomeno la creazione di quanti più comandi e reparti integrati possibili.

Qualche lettore potrebbe però far notare che i russi dispongono di un cospicuo arsenale nucleare, assai superiore alle corrispondenti forze in possesso dei Paesi europei. Includendo tutti gli ordigni, sia quelli strategici sia tattici (i primi essendo destinati a minacciare i più importanti centri politici e militari dell’avversario, nonché le grandi conurbazioni urbane; i secondi pronti per essere impiegati sul teatro di guerra), i russi dispongono di circa 5.600 testate, mentre la Francia ne ha 300 e la Gran Bretagna poco più di 200. Dell’arsenale nucleare russo, una parte considerevole è costituito da ordigni tattici e questi sono in buona parte schierati sul fronte occidentale, per controbilanciare la superiorità convenzionale occidentale. Ma si farebbe un grave errore se, con le armi nucleari, ci si limitasse a fare solo confronti numerici.

Il punto per l’Europa è la deterrenza; si vuole ridurre al massimo la probabilità di un attacco. E per questo bastano gli arsenali atomici francesi e britannici attuali, dato che entrambi i Paesi dispongono di sistemi di lancio affidabili e invulnerabili, come i missili sui sommergibili. Il problema è semmai concordare a livello politico l’estensione della copertura nucleare di Parigi e Londra agli altri membri dell’Unione europea e convincere amici ed avversari della validità di questa garanzia (si veda la recente “Dichiarazione di Northwood” firmata da Emmanuel Macron e Keir Starmer, ndr). In fondo è la stessa delicata questione che ha sempre messo in dubbio la credibilità dell’ombrello atomico statunitense: un presidente americano metterebbe a rischio New York o Washington per difendere Berlino, Roma o Madrid?

Proprio le bombe nucleari ci offrono un esempio di come l’entusiasmo riarmista possa portare a risposte esagerate. Negli anni Ottanta gli arsenali delle superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, contenevano più di 70mila testate, grosso modo equamente divise; un numero capace di cancellare la civiltà umana dalla faccia della Terra, se fossero state impiegate. Che tale numero fosse esagerato, anche da un punto di vista esclusivamente militare, lo dimostra il fatto che, dopo lunghe trattative, buona parte di questo arsenale fu poi smantellato, ciò che rappresentò un notevolissimo spreco di risorse: gli Stati Uniti spesero infatti dal 1945 al 1995 almeno quattromila miliardi di dollari per il loro programma atomico militare. Oggi i Paesi europei rischiano di ripetere un errore simile; avanti a testa bassa a spendere per armamenti inutili. Sembra che ancora una volta gli insegnamenti della storia siano dimenticati. Tra questi la raccomandazione del presidente (ed ex generale) statunitense Dwight Eisenhower, che alla fine del suo mandato mise in guardia contro l’influenza del complesso militare industriale, sempre impegnato a cercare di aumentare i propri profitti.

Per concludere, un aumento drastico delle spese militari europee è ingiustificato, non solo per le armi che già possediamo, ma anche per la pessima prova che le forze armate russe hanno dato di sé nell’aggressione all’Ucraina, dimostrandosi incapaci di conseguire progressi rapidi e decisivi, malgrado un enorme dispendio di risorse umane e materiali. Ed è proprio questo esercito inefficace che dovrebbe conquistare l’Europa?

È auspicabile un abbandono della retorica militarista e un ritorno alla pratica politica e diplomatica, che tenga presente da una parte le necessità e le sensibilità delle varie parti che si confrontano, e dall’altra la necessità di usare le risorse disponibili per affrontare i gravi problemi che stanno di fronte all’umanità: cambiamenti climatici, malattie, povertà, perdita di biodiversità.

Marco De Andreis fa parte del consiglio scientifico dell’Unione scienziati per il disarmo (Uspid). Mirco Elena è un fisico, divulgatore scientifico, membro del consiglio scientifico dell’Uspid e del consiglio direttivo della Scuola internazionale sul disarmo e la ricerca sui conflitti (Isodarco)

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