Crisi climatica, le parole per dirla

di Paola Imperatore –

C’è un passaggio sottile, ma percettibile, tra trovare le parole per parlare della crisi ecoclimatica e perderle. Perché, dopo aver nominato il problema, averlo sviscerato attraverso i dati scientifici e le esperienze dirette, averne individuato le cause strutturali e tracciato prospettive e politiche concrete per affrontarlo, non ci sono parole da aggiungere, ci sono azioni da fare.

E se chi doveva assumersi la responsabilità di quelle azioni non l’ha fatto, trascinando consapevolmente e colpevolmente l’umanità in un disastro incommensurabile, non c’è da stupirsi se in tanti abbiamo perso le parole. Mentre si susseguono record e disastri climatici uno dietro l’altro, con un’accelerata che non avremmo potuto prevedere solo qualche anno fa, sentiamo di aver poco da dire, oltre al solito «Ve l’avevamo detto», «non è maltempo è crisi climatica», «estate più calda di sempre, ma la più fresca dei prossimi decenni», «e c’è chi ancora nega il cambiamento climatico».

Ma queste parole non ci bastano, forse addirittura ci fanno male, perché sembrano segnare la sconfitta di un ciclo di lotte. Volevamo cambiare il mondo – system change not climate change era lo slogan che animava gli scioperi climatici tra il 2018 e 2019 – ma il mondo, o meglio chi detiene il potere di plasmarlo, ci ha superato e forse anche spaesato, trascinandoci nel vortice della guerra e rendendoci spettatori allibiti della realtà. Non sono mancate lotte coraggiose e convergenze imprescindibili, come quelle con le lotte del mondo del lavoro o con la Palestina, eppure il movimento climatico nel suo complesso e nella sua dimensione di massa ha fatto fatica a ritrovare la bussola.

Proporre di riaprire il dibattito significa non solo riconoscere la centralità del cambiamento climatico e del degrado ecologico – nel senso che, a prescindere dall’importanza che li si voglia dare, questa è già oggi una delle principali minacce alla nostra vita – ma anche costruire parole e pratiche che sappiano fare tesoro dei successi e fallimenti di questi anni, ragionare sui punti ciechi del movimento climatico e tracciare delle proposte radicalmente alternative al modello esistente, ovvero impossibili da cooptare per il capitale e usare come arma per dividere la società.

Il climate strike del prossimo 16 ottobre e l’Assemblea nazionale ecosociale che si terrà il 17 a Firenze segnano due appuntamenti non rituali, che nascono dall’urgenza di tornare in piazza, dopo un’estate che ha fatto 35mila vittime per il caldo estremo, e dalla necessità di dare una spinta propulsiva per (ri)aprire uno spazio capace di far tesoro del metodo della convergenza delle lotte come unica risposta all’altezza di una fase storica segnata da un attacco frontale alla vita in tutte le sue manifestazioni.

Tuttavia, alcune questioni sono centrali per far progredire il movimento climatico a un nuovo livello di consapevolezza, per renderlo popolare e incisivo, attraverso un salto di qualità a cui questo spazio di dibattito che apriamo oggi su Jacobin Italia spera di poter contribuire.

Dalle Cop ai rapporti di forza nella società

La prima: il movimento climatico nasce e si definisce dentro una dialettica molto chiara tra le giovani generazioni, il cui futuro viene minacciato dal riscaldamento globale, e la governance climatica internazionale, ovvero le Conferenze internazionali sul clima dell’Onu (le Cop) a cui partecipano i vari governi statali. La richiesta è di rispettare gli impegni presi per contrastare l’aumento della temperatura globale, da cui a catena dipendono tutte le altre condizioni che rendono vivibile il pianeta.

Per tutta risposta, le Cop si blindano, spalancano le porte ai lobbisti del fossile e le chiudono alla società civile, mancando sistematicamente ogni impegno preso. Questa dialettica diventa difficile da immaginare oggi, tanto più che l’intera architettura istituzionale internazionale ha perso ogni credibilità e autorevolezza davanti al genocidio perpetrato contro la popolazione palestinese, rivelandosi un’impalcatura vuota che conta «fino a un certo punto».

Dentro questa crisi delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto, cosa conta allora? I rapporti di forza. La prima sfida della lotta climatica oggi è esercitare la sua riflessione a partire da questa consapevolezza e dalla costruzione di rapporti di forza, che significa non solo piazze piene ma anche progetti radicati nei territori, organizzazione stabile e duratura attraverso proprie «istituzioni» comunitarie, forme di autonomia che diano concretezza alle alternative, rafforzando al contempo la credibilità delle nostre proposte. Unire insomma all’azione simbolica di denuncia la costruzione di una soggettività collettiva con radici ben salde nei territori, capace di accumulare una tale forza da rendere imprescindibile per le istituzioni ascoltare la società.

L’ecosocialismo

Il secondo punto chiave riguarda la capacità di tenere il focus sul modo di produzione capitalistico della merce e in particolare dell’energia. Le frizioni intorno alla costruzione di impianti di energie rinnovabili ha creato una frattura fossile/rinnovabile all’interno del composito movimento ambientalista, fatto di lotte territoriali, gruppi ecologisti, organizzazioni di tutela del paesaggio, organizzazioni climatiche. Frizioni che hanno diviso la società e favorito le manovre del capitale.

Dobbiamo riconoscere che ad oggi non c’è nessuna transizione energetica ma solo un veloce processo di addizione energetica, con lo stesso capitale fossile che sta investendo nel campo delle rinnovabili diversificando il suo portfolio di investimenti, e allo stesso tempo che presunti progetti di transizione portati avanti senza o contro il territorio non sono progetti che incarnano i principi della giustizia climatica. Se rimuoviamo dal discorso climatico la questione ecologica in senso più ampio, il legame – materiale ed emotivo – della comunità dalla terra che abita e la partecipazione democratica, scivoliamo in un riduzionismo climatico che sa parlare di emissioni ma non riesce a guardare alle radicate relazioni socio-ambientali. Che si tratti di fossili, rinnovabili o nucleare, laddove si reitera uno specifico modo di produzione capitalista dell’energia si riproducono anche le sue contraddizioni e violenze.

Dall’altro lato, per i territori non c’è possibilità di difesa delle proprie condizioni di vita se non si prende sul serio il riscaldamento climatico e la fuoriuscita dal fossile. Si può salvare un terreno agricolo da una distesa di pannelli solari voluta da una compagnia energetica olandese o israeliana ma vedere il proprio raccolto ripetutamente devastato da ondate di calore, siccità, grandinate. Si può salvare il proprio paesaggio, ma vedere intere terre sommerse, vite devastate, paesaggi cancellati dall’altra parte del mondo – come successo in Nepal – o a pochi chilometri da casa nostra. E l’ecologismo, essendo un progetto di difesa della vita per tutte e tutti, non può ignorare quello che succede fuori dalla propria porta di casa.

La nostra lotta allora non deve articolarsi intorno alla frattura fossile/rinnovabile ma intorno ad altre domande chiave: quanta energia stiamo producendo e per cosa? Come la produciamo? Chi lo decide? Chi ne beneficia? Chi ne paga i costi socio-ambientali?

Queste sono le domande che orientano un progetto ecosocialista. Non si tratta di produrre una merce green – che sia energia, cibo, auto o altro – mantenendo invariati i rapporti di sfruttamento esistenti, ma costruire nuove relazioni socio-ambientali da cui possano provenire nuove forme, pratiche e strategie di produzione e riproduzione incentrate sulla giustizia climatica.

La scienza non basta

La terza questione chiave riguarda il rapporto tra i sistemi di conoscenza e l’apporto che questi possono dare per far sedimentare una coscienza climatica. I dati scientifici sul cambiamento climatico, le sue accelerazioni, la sua natura antropica e gli scenari futuri sono largamente condivisi dalla comunità scientifica. Non mancano i numeri, i divulgatori, i corsi universitari sul tema. Eppure, proprio oggi che più che mai abbiamo accesso alle informazioni, dilagano scetticismo e negazionismo, fatalismo e indifferenza.

La costruzione di false emergenze e la negazione di quelle reali è un tratto caratteristico del nostro tempo, eppure in tanti tra attivisti, giornalisti, esperti, ci chiediamo come comunicare meglio il cambiamento climatico. Forse, però, il punto cruciale non riguarda tanto o solo la buona divulgazione di dati scientifici, ma la profonda alienazione della società moderna dalla natura da cui la vita dipende.

Marco Armiero quando racconta la vicenda del Vajont parla di come i saperi esperti abbiano ignorato e tacciato come antiscientifiche le preoccupazioni che provenivano da allevatori e abitanti. Questi ultimi si erano accorti che, durante la costruzione della diga, erano comparse delle crepe nelle pareti delle case, e che gli animali si comportavano nervosamente e si allontanavano dal pascolo. Ma la loro parola non ebbe alcun valore di fronte a report ufficiali e sismografi, e quando la frana precipitò nel bacino del Vajont a morire furono proprio quegli abitanti, allevatori e contadini rimasti inascoltati.

Riconoscere che l’esperienza diretta e la conoscenza acquisita dal rapporto quotidiano col territorio siano importanti non significa in alcun modo abbandonare l’uso dell’argomentazione scientifica sul cambiamento climatico, ma creare un’ecologia in cui tutti i saperi possano apportare ricchezza alla lotta e in cui tanto l’esperto quanto il comune cittadino si sentano in diritto di prendere parola sul mondo che abitiamo e su quello che vorremmo costruire.

La sfida è duplice: mettere la scienza a servizio della giustizia climatica e, al contempo, rafforzare una cultura ecologica intesa come insieme di visioni e valori che riconoscano l’interdipendenza tra società e natura, anziché riprodurre l’alienante visione della società come separata dalla natura, e in grado persino di dominarla attraverso la tecnica e il sapere scientifico. La prima condizione per difendere la terra che abitiamo è conoscerla e sentirsene parte, e una società alienata dalla natura – ovvero dal luogo dove viviamo, lavoriamo, mangiamo, passeggiamo – non può difendersi.

Ecologia come liberazione non come privazione

Infine, un ultimo punto che ci interroga riguarda l’immaginario. La proposta di transizione ecologica del movimento climatico è stata sussunta, rimasticata e ridata in pasto all’opinione pubblica in una forma lontana da quella che le piazze invocavano. Misure antipopolari hanno catalizzato l’odio o l’insofferenza di molti verso le politiche climatiche, con un malcontento cavalcato dalle destre per attaccare l’ecologismo, presentato come fenomeno da salotto. In questo contesto, la risposta del sistema – perché parlare oggi di destre significa parlare di sistema, data la loro salda posizione in quasi tutti i posti di comando – è stata quella di negare l’urgenza del problema e costruire paura attorno alle politiche ambientali.

Oggi sembra normale abbattere interi parchi per costruire supermercati o basi militari, mentre appare utopistico introdurre un congedo climatico che protegga lavoratori e lavoratrici in caso di allerta metereologica; sembra possibile investire miliardi nel riarmo ma non un euro per abbattere i costi dei mezzi pubblici; risulta plausibile investire denaro pubblico per un ecobonus che ha rafforzato la distinzione tra case di serie A (con pannelli solari di ultima generazione, bollette più basse e infissi moderni) e case di serie B (nei quartieri popolari soffocati dal cemento dove si spera che non crolli il tetto alla prima pioggia), ma non per un piano di edilizia pubblico, degno e sostenibile. Questo significa che pur avendo una risposta ai problemi concreti della gente, non siamo riusciti a costruire nella società un immaginario desiderabile e credibile, fatta eccezione per pochi preziosi esempi come quello della riconversione ecologica portata avanti dal Collettivo di Fabbrica Gkn.

L’ecologia e le proposte contro la crisi climatica sono ancora vissute dai più come un progetto di sottrazione e privazione: non fare più questo, non fare più quello, non andare a lavoro in macchina, non comprare al supermercato, evita le cose confezionate nella plastica. Ma l’ecologia, come ci ricorda Fatima Ouassak, è un progetto di liberazione: dal ricatto lavorativo, dalla violenza ambientale, da confini e istituzioni totali. Ma anche liberazione del tempo libero e della possibilità di stare insieme.

L’ecologismo che pratichiamo oggi è imperfetto e contradditorio, e non potrebbe essere diversamente date le condizioni in cui ci troviamo. Non è la perfezione dell’ecologismo che dobbiamo ricercare in noi o negli altri, quanto la possibilità di rendere il progetto ecoclimatico alla portata di tutti e tutte. Occorre allora far tesoro delle battaglie passate e presenti, guardare al futuro con le domande giuste da affrontare collettivamente e avere una bussola che ci orienti nel buio del nostro tempo.

*Paola Imperatore è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Pisa.

Da Crisi climatica, le parole per dirla – Jacobin Italia

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