“L’energia neoliberale” ha fallito: i progressisti si diano una svegliata

Il sistema non funziona: produce prezzi alti e crisi climatica, non bastano piccoli correttivi –

di Giuliano Garavini

I prezzi di diesel, elettricità e gas salgono di continuo, contribuendo a innescare moti contro il carovita. Persino negli Usa, principale produttore di gas e petrolio al mondo, le bollette sono alle stelle e il diesel è al livello più alto di sempre. L’Italia importa il 75% del suo fabbisogno energetico ed è costretta a misure tampone come il “tetto” ai prezzi dei carburanti e del gas per la generazione elettrica. Prima la ripresa post-Covid, poi la guerra in Ucraina, ora Hormuz stanno facendo crollare il traballante edificio del mercato dell’energia che l’Unione europea ha eretto dagli anni Novanta. La segretaria del Pd Elly Schlein ha detto che “il modello economico neoliberista ha fallito”. I suoi detrattori rispondono che in Italia non c’è mai stato neoliberismo, perché abbiamo tasse alte e lo Stato spende tanto per il sociale. La critica che andrebbe invece rivolta a lei – così come a tutto il “campo progressista” – è di segno opposto: non vi siete ancora liberati del neoliberalismo. Prendiamo proprio l’energia. In questo settore l’era neoliberale europea è partita dalla Gran Bretagna thatcheriana: l’“energia neoliberale” è stata plasmata con la privatizzazione degli enti pubblici energetici, lo smantellamento dei monopoli statali nel gas e nell’elettricità, l’“unbundling” (separazione) di generazione, trasmissione e distribuzione per creare un libero mercato dell’energia, vigilato (in teoria) da autorità di regolazione. In Italia l’energia neoliberale ha avuto tra i suoi alfieri anche padri nobili del Pd come Romano Prodi e Pierluigi Bersani, sostenitori di privatizzazioni e direttive “liberalizzartici” dell’Ue.

Quando Schlein dice che “l’era neoliberale ha fallito”, ha ragione. L’Italia ha i prezzi di elettricità e gas all’ingrosso tra i più alti d’Europa. Le imprese energetiche privatizzate (private anche se lo Stato ne è azionista di controllo) macinano utili che distribuiscono a ricchi azionisti italiani e stranieri, investono poco nelle rinnovabili in Italia, non fanno alcunché per alleggerire le bollette. Il nostro Paese resta dipendente da fossili e importazioni. In generale l’intera Ue se la cava male, con prezzi dell’energia multipli di quelli di Cina e Usa e una preoccupante dipendenza (il 60% del fabbisogno) dalle importazioni energetiche.

Cosa propongono i partiti del “campo progressista” per affrontare la peggiore crisi dagli anni ’70 e sostenere la decarbonizzazione? I soliti incentivi per la produzione rinnovabile, un fantomatico “disaccoppiamento” dei prezzi di elettricità e gas (lo ha fatto Meloni e lo pagheranno i consumatori…), la tassazione dei “sovraprofitti” delle società energetiche, un possibile spostamento del peso degli incentivi dalle bollette alla fiscalità generale (pagheranno sempre i cittadini). Sono misure di buon senso, ma solo ritocchi all’impianto “neoliberale”. In un libro appena pubblicato, Arthur Downing spiega con dovizia di particolari come in Gran Bretagna l’energia privatizzata abbia totalmente fallito e si aggiri da qualche anno come uno zombie: si affastellano regolamenti sempre più astrusi per costringere aziende private assetate di utili a investire in infrastrutture e generazione rinnovabile, abbassare i prezzi. Questa “privatizzazione zombie” non fa altro che alimentare caos normativo e incentivi ai privati che, inevitabilmente, ricadono sui consumatori. I protagonisti dell’era neoliberale sono riusciti a far dimenticare un’evidenza storica: lo Stato imprenditore e proprietario di reti e generazione ha avuto enorme successo, specie dopo la Seconda guerra mondiale, garantendo investimenti, innovazione tecnologica ed energia a costi contenuti.

Alcuni propendono per definire l’opposizione al governo Meloni “alleanza per la Costituzione”. Ecco, nella Costituzione mai si accosta energia a “mercato” o “competizione”, mentre all’articolo 43, l’unico che ne parli, si fa riferimento alla necessità di “trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o comunità di lavoratori e di utenti determinate imprese o categoria di imprese, che riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia…”. Per garantire bollette abbordabili e investimenti nelle rinnovabili, la privatizzazione zombie andrebbe abbattuta e risuscitata l’energia pubblica. Questa andrebbe incardinata su alcuni assi principali: reti di trasmissione elettrica nazionalizzate, società di generazione pubbliche a livello nazionale, regionale o locale che investano pure in tecnologie prodotte in Italia, meccanismi di formazione del prezzo di carattere “politico” – stracciando la formula delle aste e del prezzo marginale – pianificazione della generazione elettrica e degli acquisti di risorse primarie.

La nuova energia pubblica potrebbe entrare in tensione con le direttive Ue e con articoli dei Trattati europei che costituzionalizzano regole competitive anche per i servizi di interesse generale. L’Ue si dovrà adattare. In fondo, come suggerisce Massimo Florio in un altro bel libro appena uscito, il futuro europeo sta nel rilancio di un nuovo “modo di produzione pubblico” perché quello neoliberale ha avuto come effetto principale una redistribuzione della ricchezza e redditi sfavorevole al lavoro.

Da “L’energia neoliberale” ha fallito: i progressisti si diano una svegliata – Il Fatto Quotidiano

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